Omaggio ad Alessandro Manzoni

Continuando la celebrazione del cento cinquantesimo anniversario della morte di Alessandro Manzoni (22 maggio) pubblichiamo un breve estratto di un’intervista (presente nel Quaderno Colombiano n. 126 del 7 marzo 2023, curato da mons. Francantonio Bernasconi residente a Montebasso di Narro).

* Eminenza, quando ha cominciato a leggere e ad apprezzare Manzoni?
Risalendo a ritroso l’erta degli anni, ricordo che nel Natale del 1912, a dieci anni, mio padre mi regalò “I Promessi Sposi”. Da allora, quel libro fu il compagno prediletto nella mia vita. Il merito, però, è tutto di una suora, suor Maria Michele Carando, intelligentissima, che aveva il carisma di educare il cuore dei ragazzi, rispettando la loro libertà di scelta. Nella scuola ci incantava con la sua particolare capacità di raccontare: era persuasa che anche la memoria dei fanciulli va esercitata, e pertanto spesso ci esponeva qualche episodio del romanzo del Manzoni e ci rammentava i versi più significativi delle sue liriche, certa che l’avvenire avrebbe provveduto a supplire l’integrale comprensione che allora non possedevamo. E indovinava. Da quel Natale, il Manzoni con il suo romanzo e con le sue poesie non mi abbandonò più.
*Che cosa l’attrae di più della personalità del grande scrittore lombardo?
La sua rettitudine di coscienza. Quando ancora il fumo libertario della Rivoluzione francese offuscava il suo sguardo, egli già scriveva un decalogo morale a cui si proponeva di adeguare la sua ancora incerta condotta. Quel decalogo terminava con solenni parole, le quali presentavano il punto d’orientamento ai suoi giovanili e vaghi propositi. Scriveva, infatti: «Il santo Vero / mai non tradir». Già allora – vale notarlo – scriveva il termine «Vero» con la maiuscola: pare di dovervi scorgere un che di profetico per quel Vero divino che scoprirà con la conversione e in cui incentrerà persino tutta la sua poetica. Più tardi si convincerà che i princìpi fondamentali a cui aspiravano i grandi moti di liberazione, partiti dalla Francia e diffusi in tutto il mondo, sgorgavano dal Vangelo ed erano essenzialmente religiosi. Del loro rapporto con la fede scriverà in seguito alla contessa Diodata Saluzzo di Roero parole memorande. Eccole: «…l’evidenza della religione cattolica riempie e domina il mio intelletto; io la vedo a capo e in fine di tutte le questioni morali; per tutto dove è invocata, per tutto donde è esclusa. Le verità stesse che pur si trovano senza la sua scorta non mi sembrano intere, fondate, inconcusse, se non quando sono ricondotte ad essa, ed appaiono quel che sono, conseguenze della sua dottrina».