Sicuramente ci ricordiamo quel raggelante racconto di Leopardi del venditore di almanacchi: fa la sua attività straordinaria nei primi giorni dell’anno e negli ultimi. Vende ai primi dell’anno gli almanacchi dell’anno nuovo, calendari da appendere al muro, ma con qualche premessa o promessa meglio nuova di felicità. Come sarà l’anno nuovo? Sicuramente meglio di quello appena passato, deve dire per vendere. Ma se questo l’hai desiderato e promesso anche l’anno scorso e non è stato vero, perché lo dovrebbe essere il nuovo anno? Il venditore non demorde, continua la sua filastrocca: almanacchi e almanacchi. Noi, all’inizio di un anno non ci vendiamo più gli almanacchi, non abbocchiamo più a tutti gli oroscopi che costellano la nostra vita in tutte le ore del giorno e della notte, ma un desiderio continuamente esprimiamo: la pace. Chiudiamo l’anno con una marcia della pace, apriamo il nuovo con una festa della pace, ci facciamo auguri di pace, vogliamo sperare che il nuovo anno non veda più guerre. Ce l’eravamo augurati accuratamente durante il Giubileo all’inizio del 2000. Eravamo molto caricati. Dicevamo che il nuovo secolo non sarebbe stato come il XX che da poco cominciato ha mandato a morire generazioni di giovani sui fronti dell’Europa. Abbiamo dovuto presto ricrederci. Non era ancora finito l’anno che l’11 settembre ci cacciava in una nuova spirale di guerre.
La guerra allora s’è fatta preventiva per essere più persuasiva. Ci sarà mai pace sulla terra? Finiranno le guerre? Quando capiterà davvero che si forgeranno le spade in vomeri, le lance in falci e non ci si eserciterà più nell’arte della guerra? Assistiamo piuttosto a un grande fatalismo al riguardo. Si ipotizza, con riflessioni che sembrano profonde, che la guerra fa parte della natura dell’uomo e che quindi ci sarà sempre, che le armi sono nel DNA della vita umana e che quindi occorre sempre progettarne di migliori, che è impossibile disarmarsi, che saresti subito sopraffatto, che la pace è proprio salvaguardata dagli eserciti che ormai si chiamano tutti “eserciti di pace”. E potremmo continuare… Ma non vale la pena di buttare benzina sul fuoco.
Noi abbiamo un Dio che ci ha promesso la pace, che ci ha dato la pace, che è la pace. Significa che nella nostra natura umana c’è lo spazio e la possibilità di viverla, di accoglierla e di goderla. Bisogna crederci con tutto noi stessi. Finché non sarà estirpata da ogni modo di pensare umano, sarà sempre vista come plausibile, come utile. Oggi non c’è più nella testa di nessuno che un uomo può vivere da schiavo di un suo simile. Esistono varie forme di schiavitù che vanno sempre debellate, ma la schiavitù come stato civile di normalità tra gli uomini non esiste più. È stata cacciata da ogni testa, da ogni forma di pensiero e ci sono voluti secoli per affrancare gli uomini e le donne dalla schiavitù: perché questo non potrebbe essere vero anche per la guerra? Sarà distrutta quando nella testa di ciascun uomo e di ciascuna donna sarà rifiutata, come incompatibile con la nostra umanità.
È un lavoro tosto, che parte dalla cultura di ciascuno, dai torti subiti di ciascuno, dai desideri di vendetta, dalle nostre stesse reazioni omicide e rabbiose davanti alla tv contro Netanyahu, contro Hamas, contro russi, contro ucraini, contro Trump, contro Maduro. C’è una purificazione del cuore da premettere a tutto il resto. Poi la pace abiterà veramente la nostra terra, perché nessuna parola di Dio torna a Lui senza aver creato ciò per cui è stata mandata.
E la marcia della pace di quest’anno sarà ancora forse più sentita, proprio perché la pace e molto più lontana.
Domenico Sigalini – Presidente del Centro Orientamento Pastorale