Cisto in croce: per il mio peccato e per il suo amore*

Solleviamo il nostro sguardo alla croce, da dove pende lacerate e dissanguato il Figlio di Dio. Il cuore trema e chiede: chi è stato?La prima risposta che viene in mente è questa: il nostre peccato. É vero. Ma non basta. Anche san Tommaso d’Aquino, il grande teologo, ha detto che le sofferenze di Gesù sono di un tale valore espiatorio che un solo suo sospiro, una sola goccia del suo sangue basta a redimere il mondo intiero.
E allora, chi è stato a compiere tanto scempio? Il suo amore.

Quaggiù sulla terra — dopo il peccato — l’amore ha per necessaria compagnia il dolore: sono congiunti insieme inseparabilmente. Non è possibile amare senza soffrire.Anzi la misura dell’amore è data dalla capacità di soffrire. E siccome l’esperienza più grande del dolore é la morte, resta fissato che non c’é amore più grande di chi offre la vita per la persona amata.
La croce è, si, il mistero del peccato umano, ma soprattutto il miracolo del grande amore di Gesù verso il Padre e verso gli uomini.

Amore verso il Padre
«Affinché il mondo sappia che io amo il Padre, leviamoci e andiamo». E andò verso l’agonia e verso la morte in Croce.Per amare Dio bisogna fare la sua volontà. La volontà di Dio sulla terra ha un nome: si chiama il proprio dovere. Qual era la volontà di Dio, qual era il dovere di Gesù? dare testimonianza al Padre, rivelando che egli era il Figlio di Dio, venuto a portare la vita divina agli uomini e a portarla abbondantemente.
Dovere difficile, anzi tragico, perché gli uomini non erano capaci di accogliere questa testimonianza. Cercò di prepararli, graduando a poco a poco la manifestazione della sua divinità.Prevedeva chiaramente, che in quell’ora in cui avrebbe manifestato la sua realtà di Figlio naturale di Dio, gli uomini lo avrebbero ucciso. Più volte volle evadere da questa aperta manifestazione, perché l’ora sua, non era veramente giunta.
Ma quando giunse, egli non indietreggiò. L’ora di fare la volontà di Dio, di compiere il suo dovere, che era quello di dare testimonianza al Padre, rivelandosi come Figlio, qual era?Caifa, il giudice iniquo, disperando ormai di cavar qualche cosa dalle discordanti accuse di falsi testimoni, si decise alfine a esigere da Gesù la terribile risposta: «Io ti scongiuro per il Dio vivente, di dire a noi se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio».
Tacere non era più possibile non restava che fare il proprio dovere e porgere la più alta testimonianza. Gesù rispose: «Tu l’hai detto». «Anzi io vi dichiaro che d’ora in poi, vedrete il Figlio dell’uomo assiso alla destra della Potenza di Dio e venire sulle nubi del cielo».Allora il Sommo Sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco voi ora avete inteso la bestemmia: che ve ne pare?». Da tutto il Sinedrio si levò un urlo: «É reo di morte. A morte! ».
Martire del proprio dovere. Martire della volontà del Padre: Gesù il vero servo di Dio, contrapposto ad Adamo, il ribelle di Dio.Gesù vive nell’intimità del Padre; dipende totalmente dalla vita del Padre; ha sempre voluto solo ciò che voleva anche il Padre. Soleva dire: «Il mio nutrimento è compiere la volontà di mio Padre ».
Alla terra non aveva mai chiesto consolazioni, né aiuti, né gioie: tutto a lui veniva dall’alto.

* Da G. Colombo, Verso la Pasqua, Ed. Piemme, 1999, pp.101-106


Ma ecco il cielo si chiude. Prima del prestabilito si fa buio: le tenebre lo coprono a mezzogiorno. La volontà del Padre non si fa più sentire sensibilmente; non lo attira più dolcemente. Il Padre è lontano oltre quella cortina di tenebre, che opprime il cielo e invade il suo spirito: «Dio, Dio mio! perché mi hai abbandonato?». É uno sgomento ineffabile, provato una prima volta, sei giorni innanzi, la domenica sera, quando presagì l’ora estrema avvicinarsi; e si turbò tanto, che la voce del Padre gli si rivelò come un boato di tuono.
É lo stesso sgomento che assalì il suo cuore una seconda volta nell’orto degli ulivi, la notte antecedente. Gesù si sentiva solo, senza soccorso, in balia di ombre orribili, e lui era un atomo sperduto nel deserto notturno, sotto l’indifferente calma del plenilunio, stremato dall’ambascia, era caduto sul suo volto grondante lagrime e sangue. Martella il cielo con imploranti invocazioni al Padre. Il Padre non risponde più; manda un angelo, però.Ma sulla croce, ora, ai suoi gridi, il Padre né risponde né manda un angelo. Il cielo è muto, è muto per lui. Eppure sa di essere il prediletto, l’oggetto di ogni divina compiacenza. Il dolore e l’amore sono nella loro massima espressione e non si possono più togliere dall’altare sul quale sono offerti: In manus tuas Domine commendo spiritum meum. «Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito».

Segno d’immenso amore per gli uomini
Qual è la visione che si presenta a Gesù dall’alto della croce?

1. Vicini a sé Gesù vede i suoi cari nell’angoscia: la madre, Giovanni, le pie donne; e per un cuore gentile, non c’e cosa più trepida e deprimente che vedere i propri familiari soffrire e non poter loro prestare un benché minimo conforto.

2. Ma vede soprattutto i peccati del mondo: i secoli gli giravano attorno quasi fosse al centro di un carosello.I peccati antecedenti a lui, quelli compiuti nelle fastose civiltà orientali o nelle remote regioni dei barbari.I peccati del suo tempo di Roma imperante e altéra. I peccati dei secoli a venire, resi più fastidiosi e inconcepibili per la diffusa predicazione del Vangelo in ogni angolo della terra.
Vide anche i nostri peccati.
E sentì d’essere il capro espiatorio del rito giudaico, buttato fuori dall’accampamento, braccato da tutti e maledetto, l’unico volontario portatore dei delitti di tutti, la vittima espiatrice dei peccati del mondo.Ebbe così la piena coscienza ripugnante del peccato.

3. E in questa morsa che lo attanaglia, però vede e considera la poca gioia che da il peccato. E sentenzia: «Non sanno quello che fanno». Vede per esempio Giuda, che non gode neppure di quella manciata di monete, che forse, prima, gli stavano tanto a cuore.

4. Gesù vede davanti a sé Satana. Gli uomini non sanno quel che si fanno col peccato, ma ce n’è uno che lo sa... e lo sfrutta e gioca tutta l’umanità, il demonio.Dopo le tentazioni del deserto, il demonio se n’era andato ad tempus, dice il Vangelo, provvisoriamente... agognando l’ora della rivalsa. Ed ecco che l’ora delle tenebre più assolute, è venuta: e il principe di questo mondo furoreggia. Per Gesù è venuto il momento della lotta contro il nostro nemico: mors et vita duello conflixere mirando! La morte e la vita si batterono in un duello mirabile ».
Ma Gesù è cosciente ed è forte della sua Vittoria: l’ha predetto: «Il principe di questo mondo verrà buttato fuori ormai da questo mondo».

5. Gesù dall’alto della croce ha visto anche noi, ciascuno di noi.Ci ha considerati in ogni momento della nostra esistenza per meritarci, momento per momento, la grazia di compiere la volontà di Dio in ogni aspetto del nostro dovere.
Ora certo, Gesù mi fissa dalla croce con quei suoi sguardi straziati che si spengono: avrò io il coraggio di dirgli di no? avrò la grettezza di stare a lesinare su ciò che è lecito o illecito? fin dove sono obbligato e dove no?Oggi, contro il dolore l’uomo ha scoperto mezzi egregi di difesa: i narcotici. Gesù, invece, ha gustato un rudimentale narcotico — vino e fiele — quanto bastava per sentire l’insopportabile sapore di quell’intruglio acetoso; ma non ne volle bere.
Quando l’uomo non ha a disposizione mezzi artificiali di difesa dai dolori, la natura stessa ha valvole di sicurezza contro gli eccessi della sofferenza, come lo svenimento, l’incoscienza e l’insensibilità... Le agonie umane hanno sempre qualche attimo di inconsapevolezza di semi assopimento; il dolore in noi nonpuò superare un certo limite.
Gesù, invece, impedì ogni svenimento, ogni offuscamento della coscienza.Il grido finale — clamans voce magna, emisit spiritum — e per testimoniare all’umanità che sino all’ultimo ha conservato la pienezza delle sue forze e della sua coscienza.Gesù lancia alla fine il suo grido di Vittoria. E vince anche per me.Tutta questa sofferenza l’avesse sopportata per un amico tenero e fedele, sarebbe già stato un amore rarissimo.Ma Gesù dalla croce, vedeva me, amava proprio me, che il peccato spesso a lui ha reso nemico!

Conclusione
Mirando il Signore crocifisso, noi impariamo che non si può quaggiù compiere il proprio dovere senza urtare nella sofferenza. Perfino Dio soffre.La sofferenza non è un segno dell’abbandono di Dio, ma e somiglianza con Gesù; anzi con lui ci è data la possibilità di offrire prove d’amore.
Dio con noi e sempre tenero Padre, che si cura perfino dei passeri e conta i capelli del nostro capo: anche nelle ore di aridità, crediamo all’amore di Dio per noi dando prova di corrispondenza docile e fedele. Con questi pensieri non solo armiamo il nostro cuore contro le invasioni del peccato, ma soprattutto propo-niamo di fare qualcosa di volontario amore verso colui, che per noi volontariamente è salito in croce.

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