ECO Comunità Pastorale

“Nel sì di Maria il modello di ogni vocazione”

 

Beato Angelico dipinse questa Annunciazione nella cella tre del convento fiorentino di San Marco all’inizio di quell’impresa che lo avrebbe portato a riempire ogni stanza dei monaci con un’immagine.
Naturalmente le dimensioni dell’impegno rendono impensabile che ogni intervento sia riferibile direttamente alla sua mano e non anche a quella dei suoi collaboratori, ma l’autografia di questa Annunciazione non è mai stata messa in discussione.
Siamo all’inizio dell’impresa, e quindi Giovanni da Fiesole, detto Beato Angelico, si muove con delicatezza, quasi con un timore di non infrangere l’equilibrio e la sobrietà della cella.
L’angelo e Maria sono due figure leggere, che sembrano volersi assottigliare nello spazio e rendere più defilata possibile la loro presenza. L’unica nota che l’Angelico sottolinea è quella cromatica, ma anche in questo caso prevale l’omogeneità di quel variare armonico dal rosa al rosso, senza accendere contrasti. Sin qui l’affresco. Ma non ci si può limitare a quello.
Perché conta, anzi è decisivo il luogo in cui l’affresco si trova e la sua relazione così intima con lo spazio. La fotografia che vedete non è semplicemente la foto dell’opera del Beato Angelico, ma è la foto del contesto in cui si colloca: fa parte di un ciclo di immagini scattate qualche anno fa da un fotografo canadese, Robert Polidori, e oggi esposte in una mostra a New York.
Grazie a lui, e alla finezza del suo sguardo, possiamo scoprire un fattore decisivo, cioè il legame che s’instaura tra l’immagine e lo spazio dove il monaco viveva e pregava.
La casa di Maria diventa un prolungamento della cella, con una continuità di identità architettonica (guardate lo sviluppo degli archi dentro e fuori l’affresco). La finestra aperta sulla destra origina una luce che è parallela a quella che inonda il porticato nel dipinto. La porta sullo sfondo corrisponde a quella che immette nel corridoio delle celle.
C’è insomma un’analogia spaziale che rende l’Annunciazione un qualcosa che non viene solo contemplato ma che accade dentro quella cella. E di cui il monaco, come il san Pietro Martire (il convento è un convento domenicano), che vediamo nel retro del dipinto, diventa ogni istante un testimone.
L’intimità dell’Annunciazione diventa così un’intimità quotidianamente condivisa, come una grazia leggera che riempie lo spazio e anche il cuore di chi entra in quello spazio. Non un accaduto, ma un qualcosa che accade nell’istante.

 


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