ECO Comunità Pastorale

“Cresce lungo il cammino il suo vigore”

Nella riflessione di Papa Francesco sulla prima Comunità cristiana (IV dopo Pentecoste) veniva messo l’accento su la pluralità nell’unità: “Erano assidui nell’unione fraterna”. La comunità cristiana ha la responsabilità di essere quella “comunità alternativa” che annuncia e attesta la possibilità che la comunione prevalga sull’individualismo, che le tensioni e le contrapposizioni possano sciogliersi nel confronto e nel perdono. In particolare la pluralità delle storie, dei carismi, dei gruppi può trovarsi bene nell’unità e rivelarsi così dono di Dio per l’utilità comune. A che punto siamo nel cammino per rafforzare la fraternità, la capacità di comunione, il senso di Chiesa?
«Erano assidui nella frazione del pane» (At 2,42)
La comunità cristiana riconosce il suo principio nella Pasqua di Gesù, perché frutto della Pasqua di Gesù è il dono dello Spirito Santo. La celebrazione eucaristica nella Pasqua settimanale che è la domenica è il punto di convergenza che qualifica, salva, santifica, guarisce tutta la vita e tutti gli aspetti della vita: il lavoro, il riposo, gli affetti. E’ così? Cosa e come tenere ben viva la ‘centralità’ della Pasqua nella vita personale e comunitaria?

Il popolo in cammino trova forza nel pane che viene dal cielo

«Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb» (1Re 19,8). Nella storia di Elia i cristiani hanno ricono¬sciuto una prefigurazione dell’Eucaristia. Il pane che ha restituito vigore al profeta scoraggiato e perseguitato è quel pane che Gesù ha spezzato nella sosta di Emmaus, là dove si sono aperti gli occhi dei discepoli per riconoscere la presenza di Gesù, risorto e vivo. Come Elia stremato nel deserto, anche i preti e gli operatori pastorali segnalano momenti di fatica, esperienze di frustrazione di fronte al molto lavoro e ai risultati stentati, confessano il disagio esasperante di fronte a un atteggiamento di pretesa da parte di coloro che si accostano alle comunità con l’aspettativa che si faccia come chiedono, che si dia loro quello di cui hanno bisogno.
Lo spezzare il pane è il gesto liturgico originale che fa riconoscere l’assemblea dei discepoli di Gesù come la comunità che fa memoria della sua Pasqua, vive del suo Spirito, pratica il suo comandamento. Già nelle comunità primitive le assemblee dei discepoli hanno conosciuto degenerazioni e fraintendimenti, secondo la parola severa di Paolo che rimprovera i Corinzi: «Il vostro non è più un mangiare la cena del Signore» (1Cor 11,20). Forse Paolo non risparmierebbe a noi analoghi rimproveri.
Noi popolo di pellegrini abbiamo bisogno di trovare nella celebrazione eucaristica quella fonte di gioia e di comunione, di forza e di speranza che possa sostenere la fatica del cammino.
Frutto della celebrazione eucaristica devono essere, infatti, la gioia e la comunione: la gioia che resiste nelle tribolazioni della vita e fa intravedere a tutti che i cristiani sono il popolo della Pasqua, il popolo dell’alleluia; la comunione che fa dei molti un cuore solo e un’anima sola e semina nella storia un segno di fraternità possibile, una comunità in cui «non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cri¬sto Gesù» (Gal 3,28).
Perciò non possiamo evitare di domandarci come e se celebriamo la cena del Signore. Come si spiega che la celebrazione della Messa, in particolare della Messa domenicale, abbia perso la sua attrattiva? Dove conduce il cammino di iniziazione cristiana che impegna tante buone risorse e coinvolge tanti ragazzi e tante famiglie, se alla sua conclusione non crea la persuasione che “senza la domenica non possiamo vivere”. La domenica si caratterizza per essere la festa cristiana che ha la sua origine e il suo centro nell’incontro della comunità radunata per lo spezzare del pane, per la celebrazione eucaristica.
Forse è tempo di reagire anche a una deriva che organizza i tempi del lavoro senza aver alcuna attenzione alla sensibilità cristiana per la domenica. Tale reazione, però, sarebbe evidentemente improponibile e velleitaria se i cristiani si dovessero riconoscere come sostanzialmente indifferenti alle condizioni per partecipare alla Messa domenicale, per favorire il ritrovarsi delle famiglie, per offrire l’occasione per quella Pasqua settimanale, la festa che consente di ritrovare il senso del quotidiano.
Come già è stato proposto nella lettera alla diocesi per l’anno 2017/2018, Vieni, ti mostrerò la Sposa dell’Agnello, rinnovo l’invito a curare la celebrazione della Messa domenicale, a proporla con convinzione a tutti i fedeli, a interrogarsi sulla disaffezione di molti, troppi di noi. Il primo passo da compiere non potrà che essere la convinzione, la gioia, la partecipazione intensa di chi frequenta abitualmente la Messa e la cura perché ne vengano frutti di carità e di gioia.

(Lettera alla diocesi per l’anno 2018/2019, Cresce lungo il cammino il suo vigore, 3.2 – p. 25)


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