In memoria di don Angelo Casati e fratel Enzo Bianchi
don Angelo
Questi, che oggi abbiamo ascoltati, sono i pensieri che a Gesù venne prepotentemente di esprimere presso la porta delle pecore, vicino alla piscina di Betzaetà, là dove il popolo andava a cercare guarigione, il giorno in cui di sabato aveva guarito un paralitico, liberandolo dal male che da trentotto anni lo aveva immobilizzato: ed era sorta una discussione con un gruppo di dirigenti del giudaismo, legati a una interpretazione fissista e immobile della Legge, in pratica una Legge, manipolata contro la libertà dei figli di Dio.
Le parole di Gesù che oggi abbiamo ascoltato sono come una fessura aperta sul suo mondo intimo, sulla sua relazione con il Padre. Il mondo della relazione, anche di ogni nostra relazione, quando è vera, è fatto di un parlarsi, di un ascoltarsi, di uno spiarsi, di un nutrirsi l’uno dell’altro, un nutrirsi dei pensieri dell’altro, delle sue scelte, del suo modo di essere e di operare. Beneficamente fecondati. “Il Figlio” diceva Gesù “da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre: quello che egli fa, anche il Figlio lo fa, allo stesso modo”.
“Come il Padre risuscita i morti e dà la vita così anche il Figlio dà la vita a chi egli lo vuole”.
“A chi egli vuole”, cioè a tutti e non solo a quelli che decidiamo noi. Potremmo forse dire che le cose che Gesù faceva – tra cui liberare dalla paralisi – le faceva perché erano quelle che aveva visto fare da suo Padre: dare la vita, risuscitare.
Mi attraversa un pensiero, forse una domanda: non dovrebbe essere vero anche per noi, che dalla nostra relazione con Gesù, dallo spiare come lui era e che cosa lui faceva dovrebbe succedere anche a noi di fare quello che abbiamo visto fare da lui? E dunque dare vita, come lui aveva visto fare dal Padre, risuscitare come lui aveva visto fare dal Padre?
Penso che non sfugga a nessuno di noi l’urgenza di una stagione nuova, dopo giorni e giorni di stagnazione in tutti i sensi, giorni che hanno trovato la loro naturale deriva in un inimmaginabile degrado sociale e civile. Bisogno di un ricominciamento, bisogno di un risorgimento. Dare inizio a qualcosa che sia veramente vita, liberare energie che siano veramente nuove, a loro volta liberanti e non asfissianti.
Fraternità
fr. Enzo
Se l’amore e l’amicizia sono ricerca, custodia e coltivazione di un legame fondato sull’esercizio libero dell’amore quale dono, la fraternità nasce come «legame già dato grazie all’origine, per il quale si crea una reciprocità in cui ci si custodisce». L’amore e l’amicizia conoscono la possibilità della fine, della caduta; la fraternità no, perché si è fratelli e sorelle per sempre e nessuno sceglie i propri fratelli e sorelle. Ma questo status della fraternità è nel contempo un dono e un compito; siamo nello stesso ordine della communitas, luogo del cum-munus, nel doppio significato di “dono” e di “dovere” comune: come la comunità, anche la fraternità è condivisione del dono, del dovere, della responsabilità, e anche nella fraternità vi è un debito che ciascuno vive verso gli altri.
Il figlio che riceve la notizia della nascita di un fratello vede mutare la propria condizione di unicità.
È decisivo che compia una scelta libera di decentramento del proprio io per riconoscere un’alterità con la quale si instaura un legame dato, non scelto. Questo passaggio dal dono al compito, questa accettazione del limite intervenuto con la presenza del fratello o della sorella richiede che si metta a morte l’“unicità”, che si vinca la paura di perdere “l’unico posto”…
È dunque nell’amore fraterno che si può cogliere il sigillo della “differenza cristiana”, che si manifesta in uno stile di vita all’insegna della fraternità e della comunione. Ed è da questo essere una fraternità che può discendere anche quel paradossale “bel comportamento” (1Pt 2,12) così descritto da Tertulliano, il quale non fa che riassumere l’insegnamento biblico: [Il Signore dice:] «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi calunniano» (Lc 6,27-28). Il Creatore aveva racchiuso tutto questo in una sola frase, per bocca di Isaia: «Dite: “Siete nostri fratelli” a coloro che vi odiano» (Is 66,5).
E siamo chiamati a dirlo a tutti, secondo le parole dello stesso padre della chiesa: «Noi (cristiani) siamo fratelli anche con voi, secondo il diritto della natura che è nostra unica madre».